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lunedì 22 febbraio 2021

Il tempo guarisce le ferite

 Oggi mi sento a disagio di fronte alla pagina vuota. Effettivamente sono tanti giorni che non scrivo nulla. Sono stata benino, anche le visite con le mie dottoresse si sono notevolmente diradate. Forse abbiamo trovato la giusta combinazione di farmaci e forse anche il tempo ha sortito i suoi effetti. Sì mi sembra di sentirmi benino proprio in virtù della cara vecchia massima "il tempo guarisce tutte le ferite". Sia chiaro che non la considero una verità assoluta, un enunciato essenziale ma effettivamente, se ad un certo punto ci si sente meglio dopo un periodo di cacca anzi di CACCA, sembra proprio così, che il trascorrere del tempo abbia fatto la magia. Bisogna dire però che non si tratta di un processo passivo ne quale il tempo con il suo scorrere si lascia dietro i detriti tossici. No, sono mesi di lacrime, di divano e copertina, di ritmo sonno veglia regolare, tanti farmaci, mesi di psicoterapia. Quindi sì rispetto ad un anno fa mi sento decisamente meglio e sì il tempo ha fatto il suo corso ma mi sono impegnata a stare bene. Con questo non voglio intendere "volere e potere" , frase che mi fa vomitare, io rispetto a tante persone con patologie psichiatriche devo riconoscermi il privilegio di una famiglia presente, delle possibilità economiche di potermi curare e della natura stessa della mia patologia che è seria, invalidante ma mi lascia lucida. Sono tutte cose che aiutano e che non sono scontate.




lunedì 21 dicembre 2020

Cronaca nera

 La verità è che se anche mi comporto e vivo come se stessi tutto sommato bene dentro di me sono in frantumi. Questa volta l'innesco è stata l'amica di mia sorella che dopo un numero abbastanza esiguo di tentativi di procreazione medicalmente assistita è rimasta incinta. Lo so da qualche settimana e ne sono ossessionata. Sono furiosa con la mia cattiva sorte e infastidita da ogni forma di maternità. Tengo a distanza le amiche, piango e digrigno quando sono sola ma dico tutto a mio marito.

Per non pensare guardo decine di documentari di cronaca nera su youtube recuperando Lucarelli, Picozzi e il suo programma "La linea d'ombra", vecchi episodi di "Delitti" di History Channel  di oltre 10 anni fa e poi un po' di spazzatura random che trasmettevano su Sky su serial killer e affini. Ieri abbiamo recuperato "Telefono Giallo" di Augias un reperto storico di quando ero una bambina.  Perché i miei mi facevano vedere questi programmi? Tipo Mixer d  Minoli o Chi l'ha visto con Donatella Raffai.Boh?

Ora guardo i documentari crime di ultima generazine su netflix, ma li ho terminati tutti però segnalo l'ultimo che ho visto "The ripper".

la cronaca nera mi spegne il cervello e non soffro almeno per la durata dei programmi. Però mi spaventa moltissimo, mi angoscia, mi agita. Ma almeno non penso al fallimento che sono, che non avrò mai figli e che odio tutti quelli che li stanno avendo nonostante io sia straziata dal dolore da non riuscire, a volte a respirare.

martedì 1 dicembre 2020

In precario equilibrio

 Stamattina al bar con mia sorella e mio padre la radio ha sospeso la regolare trasmissione di canzoni dimmerda e ha attaccato con le CANZONI NATALIZIE. Alle prime note di "All I want for Christmas is you" di Mariah Carey ho pensato al suicido e non avevo ancora iniziato a bere il cappuccino. Mio padre dopo poco è andato via dando una tenera testata ad entrambe, lui l'affetto lo dimostra così. Dicevo mio padre se n'è andato senza nemmeno essersi reso conto del dramma appena iniziato, la radio nel frattempo passava a George Michael e Jose Feliciano (Feliz Navidad!!!). A Frank Sinatra ero prostrata, senza più aspettative nel domani e neppure nel pranzo.

Il fatto è che per quanto uno possa fare un ragionamento razionale, magari cinico e perché no, disfattista si aspetta sempre qualcosa dal Natale, perché è la festa più importante di quando si è bambini e questo è un imprinting potente, perché ci sono le aspettative delle persone che ci circondano (tipo mia suocera che vuole a tutti i costi riunire la famiglia nonostante la pandemia) , perché si è bombardati da film, serie tv, adv su ogni sito e pagina di internet, volantini pubblicitari dei supermarket. Ci aspettiamo che succeda una magia al momento dello scambio dei pacchi, che si rida complici guardando "Una poltrona per due", che dopo il brindisi si abbia lo slancio divertito per giocare a tombola o streep poker (difficile a casa di mia suocera). Invece si è provati dalla digestione, ormai stufi di sentire sempre le stesse storie di ogni anno, con i coglioni un po' girati perché i regali donati hanno ricevuto debole entusiasmo o peggio una critica. Da 10 anni a questa parte il natale mi devasta, mi abbruttisce, mi sfibra.

E poi ci manca mia madre. Con lei tutto il periodo che precedeva il natale era una vera merda, le saliva una carogna che durava giorni sino a tutto il 24. Poi, la sera, quando ci mettevamo a tavola con l'albero illuminato la cui base era letteralmente zeppa di pacchetti, gli antipasti nei piatti lo spumante nel bicchieri (soprattutto in quello di mia madre) ecco la magia. Festeggiavamo, lei era calma e noi eravamo raggianti di felicità. E a mezzanotte decine di pacchetti pieni caramelle, oggettini inutili, di piccole cazzate super gradite, qualche regalo richiesto, il pavimento del soggiorno pieno di carta, nastri, caramelle mio padre addormentato dalle 11 e mia madre col bicchiere sempre pieno di spumante che rideva sciocchina. Quanto ci manca.

Natale a parte, le mie giornate scorrono lisce, abbastanza simili ma tutto sommato tranquille. Sono nervosa però. Mi incazzo per le ingiustizie sociali, per il patriarcato, il capitalismo, il neocolonialismo. Odio la gente, odio la gente nei social network, Facebook è ormai una cloaca impraticabile. Sto meglio su Instagram dove seguo solo chi mi piace e che reputo utile per accedere a delle informazioni preziose: attiviste (femministe, queer, della salute mentale), qualche giornalista, una serie di divulgatori scientifici, poi artisti, artigiani, musicisti. Nessuna connessione con amici come invece avviene su Facebook. Su Facebook mi sembra davvero di farmi gli affari personali della gente che conosco dal vivo che proprio dal vivo non mi parlerebbe mai di quegli affari che condivide su Facebook. Questa cosa mi fa ammattire.

Le mie amiche storiche. Le evito. Sono troppo nervosa e potrei trasformare un semplice pranzo (in genere tutte distanziate all'aperto al mare, la sicurezza è importante) in uno sproloquio dove schiumo rabbia contro la violenza di genere e la narrazione sbagliata e tossica che ne fanno i giornali (tipo una frase a caso di Vittorio Feltri). E poi ho il problema della mia proiezione sulla mia amica neo-mamma (io la chiamo invidia, ma é Sconsy la professionista). 

Insomma dicembre è appena iniziato e non ho già più voglia.

giovedì 26 novembre 2020

Positività tossica

 Manco da un po'. Ho avuto da vivere la mia insignificante vita, con meno fatica del solito ma sempre con quella sensazione di non stare facendo giusto e abbastanza incollata addosso.

C'è una novità, ho iniziato un corso online di disegno per principianti. Brava. I primi due giorni di video corso piangevo in preda all'ansia come la tradizione di una persona incapace di affrontare cambiamenti  e novità con serenità vuole. Comunque non so bene come, sicuramente ammorbando mio marito al telefono mentre era a lavoro per superare la crisi di panico post lezione (mi sono riaffiorati tutti i drammi dei primi tempi all'università, un posto spaventoso) e prendendomi il tempo necessario ho continuato il corso e incominciato a fare gli esercizi: una settimana di disegni di mani, ovviamente mi sono sbizzarrita con corna, diti medi, pugni comunisti. Ora sono pronta per disegnare griglie di pattern, doodling si chiama. Io lo conoscevo come scarabocchio nel quaderno a scuola quando ti annoi, o negli spazi bianchi del libro di fisica pur di non studiarla.

Ci sono novità e poi ci sono ancora le stesse cose tipo la mia gelosia, o come dice la psyco, la mia proiezione. Questa volta è stata meno generica e anzi tutta indirizzata verso la mia amica neo-mamma che è rimasta incinta semplicemente trombando mentre io mi sparavo ormoni  sulla pancia inutilmente. Ci sono stati dei ricordi di cose che mi ha detto pensando di fare del bene e al contrario devastandomi: tipo vedrai che andrà tutto bene, te lo dico io, bisogna essere positivi. Tutte frasi che mi diceva mentre era incinta e mentre io fallivo le fivet e io pensavo solo "grazie al cazzo tu sei incinta e comunque né l'ottimismo né il pessimismo possono influire minimamente in queste pratiche mediche". Comunque non lo pensavo e basta glielo dicevo pure. Quello che non le ho mai detto, semplicemente perché avevo meno consapevolezza, era quanto la sua vita senza intoppi e le sue frasi paternalistiche mi abbiano fatta sentire in difetto da quando ci conosciamo. Lei ha davvero avuto una vita senza intoppi, genitori un po' severi ma chiari nei messaggi, viaggi in giro per il mondo sin da ragazzina con la famiglia, esperienze formative all'estero, famiglia numerosa molto unita che ha sempre fatto tante cose di qualità tipo andare a teatro. Liceo benino, università senza ansie, erasmus, laurea benino in tempi giusti. Lavoro subito in ente pubblico, ogni tanto veniva mandata all'estero per master e formazione, figlio un po' tardi ma per scelta. Quante volte l'ho sentita dire: basta provarci, io ci provo e raccolgo i risultati. E io senza rendermene conto mi sentivo sbagliata e in difetto. Io non ho avuto la serenità in casa che mi ha consentito di dedicarmi allo studio ed erano comunque troppi i traumi da rapporto disfunzionale con mia madre, che non mi sentivo all'altezza di nulla. Soffrivo di attacchi di panico, insonnia e autolesionismo. In seguito ho scoperto di avere un disturbo della personalità di tipo berderline che mi impediva di concentrarmi in cose tipo lo studio perché ero letteralmente divorata dalla rabbia, dalla violenza dei sentimenti, dall'abuso di hashish e psicofarmaci, da relazioni tossiche. Per me il discorso "se vuoi puoi" non poteva funzionare perché non avevo avuto il privilegio di una vita tranquilla, di una buona salute mentale, di una situazione economica ottimale. Gli anni che una persona diciamo normale come la mia amica dedica agli studi, alle uscite semplicemente per svagarsi io gli dedicati a combattere la bestia che avevo in corpo e che mi divorava. Una bestia che mi faceva avere comportamenti e reazioni assolutamente disfunzionali e nocive. La rabbia e la violenza(fortunatamente solo verbale a parte pochi esempi di cui mi vergogno molto) era la tentazione a cui non riuscivo a resistere. E poi mi sgonfiavo nel giro di poche ore, temevo l'abbandono e sopportavo tradimenti e abusi psicologici dai miei fidanzati. Mentre lei dava esami io andavo in seduta, prendevo i farmaci a volte droghe pesanti e non risolvevo nulla. Sino a quando alla sindrome borderline si è affiancata una bruttissima depressione e la mia famiglia disfunzionale si è presa cura di me, ha trovato nuovi medici, tra i la psyco Sconsy, ed è iniziato un lavoro difficilissimo per trattare le mie patologie. Sono uscita dal disturbo borderline, la depressione mi accompagnerà più o meno intensamente per tutta la vita. Anche in questo caso mi sento di parlare di privilegio, ho avuto i miei genitori che nonostante avessimo un rapporto malato(che poi è stato affrontato grazie alle cure) mi hanno sostenuta, hanno pagato i medici privati. Riconosco questo privilegio e patisco per chi non ha un supporto e mai mi sognerei di dire a nessuno "se ci sono riuscita io lo può fare chiunque" perché non è così. La vita non è così. Chi ha più privilegi ottiene molto di più di chi ne ha meno o di chi non ha proprio.

Quindi non rispondo alle sue proposte di vederci. Mi proteggo in questo momento delicato in cui la sua presenza con tutto ciò che rappresenta è davvero troppo perché il trauma della pma e del suo fallimento è davvero troppo.



fonte


martedì 10 novembre 2020

invidia o proiezione?

 Non ho tanta voglia di scrivere o forse semplicemente non ho nulla di nuovo da raccontare. Ci sono quei due tre nodi cruciali di cui ho già scritto sommariamente e che potrei sciogliere tra queste righe, ma la verità è che fa un male cane farlo e lo so perché è materiale di lavoro durante le sedute di psicoterapia.

Durante l'ultima ho posto l'accento su quanto sia diventata una persona invidiosa e di come non mi riconosca in questa veste. Ma è la verità invidio le altre persone, soprattutto donne più o meno coetanee. Invidio i loro successi, anche minimi, personali e lavorativi. E sento un'altra cosa assolutamente nuova: il rimpianto. Rimpianto per non aver finito l'università, per aver fatto fallire la mia attività, per non essere stata in grado di rimanere nel mondo del lavoro. E poi l'epifania (bugiarda lo so fin dal primo pensiero invidioso) tutto è iniziato con l'invidia verso le donne che sono rimaste incinta durante il periodo in cui affrontavo la pma (procreazione medicalmente assistita). Un fatto in particolare ha innescato la persona di merda dentro di me. Una delle mie più grandi amiche è rimasta incinta durante una delle fivet e me lo ha comunicato proprio il giorno che le mestruazioni infrangevano un'altra volta i miei sogni. Sono stata tanto invidiosa di lei, dei suoi primi mesi. Durante la gravidanza il sentimento negativo è scemato per poi riaffiorare subito dopo il suo parto che ha coinciso con una mia altra fivet fallimentare.

La psyco ha detto che quella che io chiamo invidia si chiama proiezione ed è un sentimento naturale e sano se non supera i livelli di guardia e in effetti non ho mai desiderato il male di nessuno. Soffrivo e volevo anche io provare quella gioia. Mi chiedevo perché ne fossi esclusa nonostante tutto l'impegno. Eppure è così per quanto possiamo provarci e volerle, le cose possono andare diversamente da come le desideriamo.

Il mio desiderio e progetto di maternità coltivato così tanto e da lungo tempo mi metteva al riparo dalla sofferenza dei fallimenti passati perché assumeva un significato di giustificazione. La maternità avrebbe "compensato" le cose che non avevo terminato e mi avrebbe dato un ruolo personale e sociale.

Le cose sono sempre più complesse di come si presentano e i miei fallimenti hanno già una motivazione, la mia vita turbolenta nei primi anni dei miei 20 anni con un disturbo della personalità borderline da gestire a da cui uscire. E ci sono riuscita, sono guarita e subito ho afferrato la normalità che può esserci nella vita: una relazione stabile con una persona equilibrata e un lavoro normale da dipendente poi una casa da comprare (quella dove siamo andati a vivere 7 anni dopo) e  una famiglia da formare.

Dovrei ricordarmi di tutti i traguardi e le vittorie sui miei disturbi mentali, uscire da un disturbo bordeline non è affatto semplice e io l'ho fatto. Alzarsi dopo ogni episodio di depressione maggiore richiede tempo, cura e impegno e io l'ho fatto più di una volte e anche adesso sto riuscendo a vedere uno spiraglio di luce nell'attuale episodio di depressione che dura da un anno.

Mi rattrista il fatto che di base ho una depressione cronica, detta ciclotimia, con la quale devo e dovrò fare i conti per sempre così come lo fa una persona affetta da diabete o epilessia. Farci i conti significa andare alle sedute di psicoterapia e alle visite psichiatriche, prendere farmaci, misurare i confini della proprio zona d'equilibrio e perdonarsi almeno un po'. 

Ci sarà altro per me con questi presupposti?



venerdì 30 ottobre 2020

Non c'è spazio per la perfezione

 Non sono una persona perfezionista ma soffro molto perché le cose che faccio non sono perfette.

Ma qui non c'è o non ci deve essere spazio per la perfezione.

Ogni mattina esco alle otto di casa, fuori c'è il mio papà ad aspettarmi in macchina, insieme andiamo a prendere mia sorella e poi colazione nel solito bar, io cornetto alla marmellata cappuccino e acqua gasata, mia sorella cannoncino di sfoglia alla crema cappuccino e acqua gasata, mio padre conchiglia di sfoglia alla crema e acqua. Ogni giorno lo stesso bar ogni giorno la stessa colazione anche se oggi mio padre in virtù del fatto che fossimo arrivati 20 minuti dopo il solito orario (i baristi ci avevano messo da parte le nostre paste) ha fatto colazione con una ichnusa da 33 e una pizzetta sfoglia (forse oggi qualcuno indovinerà in che parte d'italia vivo).

tipica colazione del pensionato proletario



Poi se non ho nulla da fare con mia sorella torno a casa e inizio a mettere a posto casa. Penso che le donne che leggeranno quanto sto per scrivere capiranno perfettamente la frustrazione e la pesantezza che il doversi occupare della casa, dei pranzi, degli animali o dei figli possa creare. È il carico mentale: il pensiero costante delle cose che ci sono da fare, cose che non saranno mai in ordine perfetto, perché se lavi in terra non hai il tempo di lavare i vetri, se lavi il bagno non hai lavato i fornelli. E poi la polvere. La polvere è il nemico giurato di chiunque si occupi in prevalenza della casa(solitamente donne). Non esiste panno swiffer, roomba, dyson che la raccolga tutta. La polvere è ovunque ed è in costante movimento. Sugli scaffali, sui mobili, sui tappeti, tra i libri, tra i cd e i vinili. Nei momenti più bui della depressione io penso alla morte e alla polvere.

Ma qui non ci deve essere spazio per la perfezione quindi sì, dopo la colazione con i miei torno a casa e faccio del mio meglio per tenere la nostra casa in ordine considerando che è molto grande, che viviamo con 3 gatti che vanno avanti indietro dal cortile. Quello che faccio non è perfetto ma è tanto e soprattutto non è scontato che io riesca ad affrontarlo. Un mese fa non ci riuscivo. Dovevo farmi aiutare perché occuparmi della pulizia della casa mi era intollerabile tanto stavo male e tanti erano i ricordi d'infanzia e adolescenza dove l'approccio con le pulizie era disfunzionale perché mia mamma (bipolare che non si curava) quando puliva e pretendeva lo facessimo anche noi era sempre arrabbiata, aggressiva, verbalmente violenta. Ho avuto modo di perdonare mia mamma ma quando sto male regredisco ad una fase in cui le aggressioni subite riaffiorano.

Quando termino di mettere in ordine cerco di dedicare del tempo a me stessa, ascolto musica, lavoro a maglia, faccio una chattata con le amiche, 25 minuti di cyclette.

Poi torna mio marito è sono come pacificata col tempo, con lo spazio, con me stessa. Torna sorridendo felice di vedermi e io divento una persona diversa, una persona che mi piace di più che ha voglia di scherzare (non si direbbe ma ho un discreto senso dell'umorismo), pranzare con un umore lieto ascoltando un disco (in questi giorni i Genesis di Peter Gabriel). Dopo di ché la giornata si è messa a posto e trascorre tranquilla tra un ferro a maglia e documentario di real crime.



Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, un nuovo cult dell'intrattenimento pomeridiano a base di stupri, occultamenti di cadavere e criminali psicopatici. 

lunedì 26 ottobre 2020

È fortemente raccomandato evitare

 Scrivo con le lacrime che, copiose, mi rigano il viso. Stava andando, tutto sommato, benino, i pensieri veloci e ossessivi di morte si erano placati, ridevo spesso e volentieri, la mia parte genitoriale aveva iniziato ad avere un'atteggiamento accogliente ed accudente verso la mia parte bambina tormentata dal dolore e i pensieri ossessivi. La psicoterapia dava i primi frutti e i farmaci iniziavano a fare effetto.

Poi ieri il nuovo dpcm. Quando l'ho letto ho provato fastidio perché in più di qualche punto ci ho trovato approssimazione e ingiustizia, ma non voglio discutere del decreto, non voglio fare un discorso politico. Voglio solo descrivere l'effetto devastante che ha avuto su di me questo punto:








In linea di massima non cambia nulla per gli spostamenti, non è un divieto ma una raccomandazione ad evitare. Sembra chiaro e invece io lo trovo controverso, cioè governo che cazzo vuoi che faccia? Che mi senta in colpa se prendo i mezzi per andare a fare un passeggiata al mare o ad andare a pranzo in centro con le amiche? O vuoi che mi senta virtuosa a rimanere a casa nonostante  non ci sia un divieto?

Ieri ho avuto un crollo, un attacco di panico come non me ne venivano da anni. L'incertezza su come agire e il terrore che questo dpcm sia solo l'anticamera del prossimo lockdown. 

Sono stata male anche stamattina, le gambe che tremavano, il gelo lungo la schiena e il cuore che mi usciva fuori dal petto. Sono ricorsa a una dose extra di En. Ero sola, sotto shock e dominata dal panico. Mi sto riprendendo ora dopo una telefonata con mio marito che ha deciso che domani andiamo a pranzo al mare. Il mare mi ha salvato tante volte in questi ultimi anni.

mercoledì 21 ottobre 2020

cacca

fonte


Oggi non ci siamo. Cioè le cose più o meno andrebbero benino nonostante la mia situazione. Eppure ho questa brutta sensazione addosso di cose lasciate indietro, trascurate, inconcluse. E poi faccio questa cosa orrenda di guardare cosa fanno le altre persone e sentirmi una merda di fronte ai loro successi, alle loro famiglie che si allargano, alla semplicità con cui sembra conducano la loro vita, al fatto che quando dicono di essere depresse in realtà siano tristi e quando dicono che sono ansiose sono semplicemente agitate.

Mi scopro invidiosa di attività artigianali/artistiche portate avanti e che finalmente raccolgono i frutti (io ho chiuso la mia qualche anno fa incapace di reggere i ritmi del lavoro autonomo), di bambini che vengono concepiti con facilità disarmanti (voglio dire, ci sono donne che rimangono in cinta trombando!), e poi le persone mentalmente sane i cui pensieri, comportamenti e reazioni seguono una linea tutto sommato fluida e sono stati in grado di procedere a tappe. Però poi parlano di depressione e ansia come se fossero degli stati d'animo e non dei disturbi mentali seri.

Non è finita qui. Il 10 ottobre c'è stato World Mental Health Day. Una cosa positiva direte voi, sì rispondo io. Eppure. Eppure per me è stato atroce leggere su instagram i post di tutte queste donne (seguo soprattutto donne attiviste femministe intersezionali) attivissime, con vite piene di significato, che parlavano dei loro disturbi mentali. Una di loro ha scritto un post con 2 foto, in una si vede lei tutta carina pettinata truccata a rappresentare il lato A della sua persona con un curriculum lunghissimo di cose speciali che ha fatto, il suo lavoro, i libri che ha scritto e tanto altro, poi c'è il lato B dove c'è sempre lei però in pigiama a letto con una faccia che non vuole affrontare la vita e il testo riportava l'elenco dei suoi disturbi mentali. Io di fronte al coming out dei dei disturbi mentali di queste donne valide, attive e che ammiro mi sento ancora una merda. 

Mi sento una merda perché invidio amici e conoscenti, mi sento una merda perché di fronte ad un'azione collettiva di normalizzazione della malattia mentale e lotta allo stigma sento un po' di rancore e invidia verso delle persone che mettono la loro vita privata a disposizione di tutte/i. Penso anche che loro possono "permettersi" di parlarne perché hanno già una credibilità dovuta ai loro successi e poi penso che io sentendomi in difetto perché di fatto non ho un lato A non ho il coraggio di parlare della malattia mettendoci la faccia. E infatti sono qui in anonimo.

A 42 anni con una bella famiglia, un rapporto splendido con mio marito, una bella casa e un tenore di vita modesto ma decoroso non so ancora chi sono.  Mi biasimo per non essermi realizzata anche se so benissimo che non avrei potuto e non mi rassegno al fatto che certe cose non le posso fare perché ne va del mio equilibrio. 

Mio marito mi dice che devo "solo" trovare la pace e vivere semplicemente la nostra vita, perché è bella,  perché noi due siamo belli, con un sacco di interessi in comune, anche se diversissimi l'uno dall'altra(lui è fra quelle persone che non sanno cosa sia un attacco di panico o un periodo di depressione), sempre in viaggio in giro per l'europa a trovare amici, per festival di musica rock e metal, ad assistere o a suonare (ora purtroppo fermi a causa del covid). Ci provo ma ho ancora tanto da mettere a posto dentro me stessa.


lunedì 19 ottobre 2020

Jane Fonda

Rieccomi da sola a casa la mattina di un lunedì. Devo ammettere che la solita tremarella che mi coglie quando sono sola e senza fare nulla è un po' diminuita. Non ne sono sicurissima ma la nuova terapia farmacologica sta iniziando a dare i suoi effetti. I pensieri sono più definiti e fluidi e sempre più raramente mi trovo ad essere paralizzata dalla paura e dai pensieri oscuri. Rido di più e faccio in modo che il cattivo umore e la prostrazione siano se non spariti messi in attesa per quando mio marito torna da lavoro. Non è finzione è fare in modo di godermi una delle mie cose preferite cioè gioire nel vederlo arrivare. Poi gliene parlo se ho avuto una brutta mattinata e gli dico anche le cose più brutte, i pensieri più preoccupanti. È grazie  a lui se rido tanto, anzi è grazie alla nostra complicità e al senso dell'umorismo che nel corso degli anni si è sintonizzato. A volte, un tempo era più frequente, balliamo, mettiamo un cd o un vinile dei judas priest, degli iron maiden o degli ac/dc (la lista è infinita perché abbiamo una notevole collezione di musica rock e metal) e balliamo come due bambini cioè saltando, facendo piccole coreografie alla jane fonda che fa aerobica, abbracciandoci e ridendo col fiatone.


La vita sarebbe più facile e serena se mi ricordassi delle cose belle che ho e mi accettassi una volta per tutte. Qualche anno fa, prima di iniziare le procedure della pma (procreazione medicalmente assistita) avevo raggiunto un certo livello di pace e se non proprio autostima non c'era questo disgusto, questa riprovazione nei miei confronti. La pma è un percorso dove si investe un enormità di energie mentali, di emozioni e di speranza, qualche soldo (nella mia regione si paga il ticket delle visite mentre interventi e medicinali sono gratuiti). Poi si gioca col proprio corpo e il proprio ciclo mestruale con iniezioni di ormoni, ci si fa aspirare gli ovuli in anestesia totale poi si accolgono gli embrioni formati in provetta. 15 giorni dopo si saprà se c'è una gravidanza o no. Nei miei 5 interventi non ho mai avuto una gravidanza anche se sulla carta sia io che mio marito siamo a postissimo. È stata dura e ne sono uscita con il cuore e le ossa rotte.  Sto faticosamente rimettendo a posto i pezzi e non so cosa ci sarà alla fine del viaggio e chi sarò diventata.

venerdì 16 ottobre 2020

mi sento stranetta

La tremarella mattutina continua, ieri in torno alle 10 ho preso una dose extra di En ma visto che dopo un'ora non faceva effetto ho preso una seconda dose extra.
Di fatto ero seduta sul divano con la schiena dritta, il culo stretto e la sensazione di essere spacciata. Ero sicura che non avrei superato la mattina e che mio marito tornando dal lavoro mi avrebbe trovata mummificata sul divano con la schiena dritta, il culo stretto e una paresi di rassegnazione letale.
Eppure non ero sola, c'era mia sorella e di solito quando stiamo assieme anche se è una giornata di quelle che era meglio che non mi prendessi il disturbo di alzarmi dal letto, riesco a stare tutto sommato tranquilla o se proprio mi devo disperare inizio a piangermi addosso, a biasimarmi etc etc sino a quando gli occhi le si rivoltano all'indietro le esce la schiuma dalla bocca e allora mi placo.

Invece ieri no schiena dritta, culo stretto, paresi facciale e la morte dentro. Mi sono ripigliata un po' quando ho pulito la merda dei miei gatti e passato il swiffer per raccogliere i loro subdoli peli. Con la quantità che raccolgo ogni giorno potrei farne maglioni, tappetti, centrini. Insultare i miei gatti e i loro peli è un'azione che richiede una gran quantità di energie o perlomeno una quantità di energia che destinerei ad altro se avessi veramente voglia di fare qualcosa.
Stavo  per far fare una lista delle cose che mi piaceva fare un tempo ma sono convinta che Sconsy non ci vedrebbe niente di utile perché mi devo concentrare sul quì ed ora. Quindi se proprio voglio fare una lista deve riguardare tutte le piccole insignificanti cose che faccio ora e una volta scritta devo dare importanza e significato ad ogni mia azione.
Quindi niente lista oggi.

martedì 6 ottobre 2020

timidamente fiduciosa

 L'ultima volta che ho scritto ero in preda ad una crisi in cui ero paralizzata da pensieri velocissimi e ossessivi. Pensavo alla morte come soluzione. Quello stesso giorno ho visto Lilli e le ho detto cosa mi stava passando per la testa, come al solito mi ha chiesto quale metodo/mezzo avevo in mente per attuare il proposito (ingestione di intera boccetta di En eventualmente di un'altra di Xanax più compresse varie di En) e quanto forte fosse la volontà/pulsione a compiere il gesto in una scala da 0 a 100 (era 70).

Le ho detto che avevo paura, che non volevo morire e che questi pensieri non li riconoscevo come miei. Venivano da un buco nero e mi travolgevano.

Mi ha riprescritto il Litio (bentornati Nirvana) e aumentato la dose della Quetiapina.

A distanza di quasi due faticose settimane credo che i  farmaci inizino a fare effetto. Mi sento un po' più calma e timidamente fiduciosa.

Durante queste due settimane ho continuato ad andare al mare e nuotare nell' acqua ormai fresca. La sensazione di benessere è travolgente tanto da farmi ricordare la felicità.

Con Sconsi abbiamo stabilito che devo trovare un'attività da svolgere in autonomia per aiutarmi a costruire una nuova routine e per concedermi a me stessa qualcosa di bello. Una piccola attività propedeutica ad altre che vorrò affrontare una volta presa confidenza con i miei nuovi traguardi ma anche che mi rieduchi a volermi bene.

Ho scelto la piscina ma è tutto in sospeso perché durante le visite per ottenere il certificato medico si è scoperto che ho un'anomalia al battito cardiaco, quindi devo fare accertamenti. Molto probabilmente l'anomalia è causata dallo stress.


giovedì 24 settembre 2020

ansietta e pensieri di morte

Una cosa che non mi faccio mancare mai è l'ansia. Lei c'è quasi tutto il tempo, inizia dopo colazione, si attenua quando preparo il pranzo, sembra assente durante il pranzo con mio marito che a quel punto è tornato da lavoro, si risveglia intorno alle 16, alle 18 circa sta già diventando disperazione e finalmente alle 18.30-18.45 ha raggiunto il suo scopo quotidiano: sono stremata, ho la nausea, i brividi, la tachicardia e la certezza di essere inutile e che presto o tardi ci darò un taglio. Il pensiero è pressapoco questo: ormai non vivo più per me stessa perché ho perso la speranza ma ho una famiglia che adoro e che mi adora e non posso fare questa cosa a loro. E poi ovviamente ho anche paura e non desidero esattamente la morte, io desidero non sentire più il dolore. Attualmente sono al terzo episodio di depressione maggiore diagnosticata in 16 anni. Se aggiungiamo il periodo dal 2000 al 2004 in cui sono stata curata, male, per disturbo da attacchi di panico abbiamo un totale di 20 anni di disturbi mentali. La mia condizione è ormai di depressa cronica in costante lotta contro i suoi demoni con variazioni del tono dell'umore e periodi buoni con un campo d'azione limitato. Non lavoro più, non guido più, devo tenere conto di certe cose per mantenere un equilibrio che mi consenta di vivere una vita, diciamo, normale o comunque soddisfacente per me e per chi mi sta intorno. Un tempo, anche nei periodi più oscuri anche se non riuscivo a sentirla a pieno avevo la consapevolezza, data dall'esperienza, che curandomi avrei superato tutto e sarei stata bene. Che con farmaci e psicoterapia all'occorrenza avrei tenuto sotto controllo la malattia e che tra alti e bassi sarei andata avanti. Ora l'idea di ritrovarmi in un futuro a rivivere ciò  che ho vissuto e superato in passato e che sto nuovamente vivendo mi getta nello sconforto. Non ho ancora superato questo episodio e già penso a quando starò male in futuro perché lo considero come cosa scontata. Che senso ha vivere così? Sino a quando la vicinanza dei miei cari sarà un deterrente? 

mercoledì 23 settembre 2020

2020 e lockdown

2020 è stato sino ad ora uno degli anni più brutti della mia vita e di anni brutti, ma brutti brutti ce ne sono stati diversi nei miei 42 anni di vita.

Il 2020 l'ho iniziato facendomi schifo, detestandomi, biasimandomi e con una nuova terapia a base di litio (con i Nirvana che iniziavano a suonare ogni volta che pensavo, sentivo, dicevo la parola litio). Andavo a tutti gli appuntamenti con la psichiatra del centro che erano frequentissimi per evitare un ricovero.

I ricordi dei primi mesi, anzi, delle prime settimane di quest'anno sono oscuri, una nebulosa di gesti automatici (svegliarmi e andare a letto ogni giorno alla stessa ora) nausea, Levopraid e acqua gassata, mia sorella e mio marito che mi fanno uscire portandomi al mercatino dell'usato della domenica o in altri posti che ora non ricordo. Due giorni alle terme nella settimana del mio compleanno. Niente musica, niente libri, niente maglia, niente cucito niente di niente, solo serie tv e pure brutte. Poi piano piano un po' di respiro, uscire la domenica mattina era piacevole, la quotidiana colazione al bar con mio padre e mia sorella una routine rassicurante. Qualche passeggiata in paese nel sentiero che costeggia la laguna mi calmava. Mi sono comprata anche un rossetto o forse l'ha comprato mia sorella, ma io lo mettevo e lo tenevo quando uscivo. Ho comprato libri, cd e pacchi di lana.  Nel mentre lottavo contro pensieri orrendi di autodistruzione e il dolore di esistere, i sensi di colpa, la nausea, la voglia di non alzarmi la mattina, la voglia di non svegliarmi la mattina. Timidamente mi rimettevo in gioco.

Non pensavo più al mio bambino non nato perché in quel momento la vita mi faceva talmente male che non c'era spazio per nessun'altra sofferenza. Era stato ficcato dentro qualche cassetto nella mia testa o forse si trovava semplicemente sotto la schifosa coperta che era il disgusto per me stessa.

Esiste un termine per definire questa sensazione di repulsione verso la propria anima? Chi si disprezza fisicamente è affetto da dismorfobia perché ha una visione distorta del proprio corpo. Io mi sento marcia dentro, compromessa, sbagliata, inopportuna, indegna. È tutto vero o sono affetta da una dismorfobia del mia persona non fisica, della mia psiche, dell'anima? Ricorre, e sicuramente ricorrerà in futuro, la parola anima perché non so trovare altri termini per definire tutto quello si è a prescindere dal corpo tuttavia non voglio intendere all'anima in senso religioso o filosofico tradizionale.

Poi il lockdown, scattato in tutta Italia nel giro di poche settimane.  Provvidenziale come la diarrea in spiaggia: i piccoli miglioramenti nell'umore e nella gestione dell'ansia, le routine rassicuranti e anche quel briciolo di vitalità data dall'impegno e la buona volontà nell'affrontare il mostro sono andati in merda, appunto.

Nella conta delle varie fobie, piccole grandi difficoltà e idiosincrasie varie c'è anche un reale problema con i cambiamenti  anche quelli apparentemente più ovvi come il cambio di stagione. Il lockdown mi letteralmente strappata a quel briciolo di normalità che mi ero data rinchiudendomi in una gabbia dentro l'altra gabbia della malattia . Niente più giretti la domenica con mio marito, passeggiate alla laguna, colazione al bar con mio padre e mia sorella. Piccole cose che per me erano diventate preziose e terapeutiche. Dietro suggerimento telefonico di Sconsy ho cercato di creare delle routine con i pochi mezzi che c'erano. Colazione ogni giorno a casa mia con mia sorella, un'ora di sole sullo sdraio in cortile, sforzarmi inutilmente di leggere, il pranzo con mio marito e al pomeriggio film, serie tv, documentari sdraiata sul divano con mio marito sulla poltrona a fianco. Ma nonostante gli sforzi stavo malissimo. Ora l'ansia aveva preso il comando ed ero ossessionata al pensiero che non sarei mai più guarita perché nessuna strategia né i farmaci mi davano sollievo. Questa paura c'è ancora.

Finito il lockdown ricomincio ad andare al mare da subito. Subito e sicurissima che sarei stata meglio all'istante. Invece sono stata malissimo, mi dicevo che non faceva abbastanza caldo per spogliarsi e fare il bagno, in realtà ho dovuto riabituarmi all'aria aperta, ad uno scenario diverso dalla mia casa e le vie intorno ad essa e a una nuova routine. Ci sono volute settimane e la pazienza di mia sorella e mio marito che nonostante dicessi di non volerci più andare organizzavano pranzi al chiosco, aperitivi al tramonto fino, passeggiate sul lungomare sino a quando è ridiventata una situazione e un luogo famigliare. A quel punto prendevo i mezzi da sola per raggiungere la spiaggia e incontrare mio marito nella sua pausa pranzo. A quel punto era di nuovo estate e tutti i pensieri, belli brutti neutri non c'erano più. L'ansia e la paura diminuivano ad ogni tuffo, la preoccupazione per il futuro era dissolta ad ogni bracciata e il sole che asciugava l'acqua dalla mia pelle faceva evaporare il dolore. L'estate e il mare mi hanno dato due mesi pieni di vacanza da me stessa. Ma l'equilibrio era tutt'altro che solido, era sufficiente una domenica in casa per gettarmi nella noia e nella disperazione. È bastato l'arrivo di un settembre un po' nuvoloso per cancellare bruscamente quello stato di benessere effimero. Continuo ad andare in spiaggia appena posso ma ormai la magia si è dissolta e sono tornate le angosce, le paure e i pensieri autodistruttivi. Arranco alla ricerca di uno spazio tutto mio che dia senso al mio esistere, cerco un hobby, un'attività qualsiasi per calmarmi e non trovandone mi dico che quello che mi manca realmente è uno scopo, un progetto di vita. Ne ho sempre avuto uno ora non più. L'infertilità ha ucciso l'unica risorsa che mi portavo dietro da sempre: la speranza.



martedì 15 settembre 2020

Per cominciare partiamo dalla fine.

 Partiamo dall'ultima grande botta 2019/20.

Un'anno fa tornavo in terapia dalla mia storica e fidata psicoterapeuta. In questa sede, per  motivi di privacy, le verrà affettuosamente attribuito lo pseudonimo di Sconsy, mitico personaggio della grandiosa Anna Maria Barbera.

La rezione di Sconsy quando in seduta mi sente ripetere per la millemillesima volta che sono una fallita

Dicevo, tornavo da Sconsy perché poco meno di un mese prima era fallita la mia terza e ultima FIVET-acronimo di Fertilizzazione In Vitro ed Embryo Transfer - una delle tecniche più usate nella procreazione assistita. Come nelle precedenti due avevo prodotto un discreto numero di ovociti, poi lavorati per diventare 3 embrioni e trasferiti nel mio utero che esattamente 15 giorni dopo li  ha espulsi. Niente si può contro la natura e le leggi della probabilità (avevo un 10% di possibilità che andasse a buon fine). Quindi nulla, non sarei diventata mamma. E non lo diventerò. Cioè, vista l'età-42 anni- è assai improbabile. Che per me significa impossibile.

Avevo fallito. Era morto quel bambino che era nato nel mio cuore subito aver deciso di provare a rimanere in cinta. Un bambino che a dire il vero è sempre stato dentro dentro di me da che ho ricordi perché sono sempre stata istintivamente sicura che sarei stata mamma. 

A pezzi. Confusa. In lutto. Non me ne facevo, non me ne faccio, una ragione e volevo elaborare la perdita in una maniera tutto sommato sana in terapia. Con Sconsy, la mia rassicurante e fidata psicoterapeuta.

In oltre, dopo un periodo di diversi mesi in cui sono rimasta senza terapista al centro di salute mentale, mi veniva assegnata una nuova psichiatra al centro di salute mentale, che chiameremo Lilli.

Lilli perché mi ricorda Lilli Gruber. Sì ho la tendenza ad affibbiare pseudonimi a chi si prende cura della mia salute mentale (a posteriori posso dire che c'è stato anche un dottor Lewis perché parlava e balbettava e faceva smorfie come Jerry Lewis).

Dicevo, iniziavo gli appuntamenti con Lilli che seguiva la parte farmacologia e Sconsy la parte della psicoterapia. Ho pochi ricordi di quei primi mesi, sicuramente si lavorava sulla perdita, sulla preziosità del desiderio di maternità e si tenevano sotto controllo il livello dell'umore e dell'ansia. Era tutto sommato sotto controllo sino a dicembre quando si è rotto, di nuovo, qualcosa dentro di me. D'improvviso non mi interessava più nulla, ho ricominciato ad odiarmi, a desiderare di non essere mai nata o di non svegliarmi mai più la mattina. Pensieri di morte. Un nuovo episodio di depressione maggiore da manuale che si affiancava, intrecciava e sovrastava l'episodio di depressione reattiva che stavo vivendo sino a quel momento. 

La mattina che mi è stato prescritto il litio piangevo e ripetevo che non mi sopportavo, mi vergognavo e non ne potevo più di me stessa nel mentre nella mia testa partivano i Nirvana come colonna sonora  appena ho sentito la parola litio.

ma porca p***ana

  Ovviamente il fatto che nell'ultimo post abbia dichiarato di stare benino e che se strabuzzo gli occhi vedo un pallido bagliore all...